Si dice che a vent’anni si abbia tutta la vita davanti. Spesso è vero, ed è proprio questo, a volte, a pesare: tante possibilità aperte, poche certezze e la sensazione che ogni scelta possa essere quella decisiva.
Compiere diciotto anni non rende nessuno adulto dall’oggi al domani. Tra la fine della scuola e il momento in cui ci si sente davvero “grandi” c’è un tratto di strada lungo, fatto di prove, cambi di rotta e ripensamenti: l’università o il primo lavoro, le prime relazioni importanti, la casa dei genitori da cui uscire, o in cui restare più a lungo del previsto.
La psicologia dello sviluppo dà un nome a questa fase: adultità emergente. Indica gli anni, grosso modo dai 18 ai 28, in cui si esplora la propria identità, si vive una certa instabilità e ci si sente a metà strada, non più adolescenti ma non ancora del tutto adulti. È un periodo ricco e vivo, ma anche fragile, in cui l’equilibrio può incrinarsi più facilmente di quanto si pensi.
La psicoterapia non serve a “sistemare” questa età. Serve ad attraversarla con più consapevolezza, dando spazio e ascolto alle domande che porta con sé.
Le ragazze e i ragazzi che incontro nei miei studi arrivano con storie molto diverse tra loro. Alcuni temi, però, ritornano spesso:
Non è necessario riconoscersi in una di queste voci. A volte il motivo per chiedere un primo colloquio è semplicemente una domanda che non trova risposta: chi voglio diventare?
Crescere in provincia ha i suoi vantaggi e le sue fatiche. Molti giovani del Vercellese fanno ogni giorno i pendolari verso Torino, Milano o Novara per studiare o lavorare. Altri si trasferiscono e rientrano a casa nel fine settimana. Altri ancora restano e, mentre gli amici partono, a volte si sentono fermi.
Ogni strada ha il suo prezzo. Chi fa avanti e indietro in treno ogni giorno accumula stanchezza e ha poco tempo per sé. Chi vive fuori sede si ritrova a costruire da zero una rete di amicizie e abitudini. Chi resta deve fare i conti con il confronto, reale o immaginato, con chi “ce l’ha fatta” altrove.
Sono equilibri che toccano l’identità, le amicizie, il rapporto con la famiglia. E in un paese dove tutti si conoscono può frenare anche un timore molto concreto: che qualcuno venga a sapere che si va dalla psicologa.
Per questo tengo molto alla riservatezza e alla flessibilità. Ricevo in due studi, a Vercelli e a Borgo d’Ale, anche il sabato mattina, e per chi studia o lavora lontano c’è la possibilità di fare le sedute online.
Negli anni dopo la maturità il legame con i genitori cambia forma. Si passa dall’essere figli da proteggere a essere adulti che vivono, magari, sotto lo stesso tetto: con orari propri, un proprio stipendio o una borsa di studio, relazioni che i genitori a volte conoscono appena. Le regole di prima non funzionano più, ma quelle nuove non sono ancora state scritte.
Non sempre è facile. C’è chi si sente ancora trattato come un ragazzino, chi si sente in colpa ogni volta che fa una scelta diversa da quella che la famiglia si aspettava, chi si fa carico dei problemi di casa, di una separazione, di un genitore fragile, e mette da parte i propri progetti. E c’è chi è andato via e fatica a tornare, anche solo per una domenica.
Lavorare su questi temi non significa mettersi contro la propria famiglia. Significa trovare una distanza giusta, che permetta di restare in relazione senza rinunciare a sé stessi.
p>Sono psicologa e psicoterapeuta a indirizzo sistemico-relazionale. Non guardo a un sintomo come a un difetto da correggere, ma come a un messaggio che racconta qualcosa della persona e del suo modo di stare nelle relazioni: con la famiglia d’origine, con il partner, con gli amici, con l’università o l’ambiente di lavoro.
Vengo dalla psicologia dello sviluppo, e questo mi ha insegnato a leggere ogni età come una tappa del ciclo di vita, con compiti e sfide che le appartengono. Il passaggio all’età adulta non riguarda solo te: anche i tuoi genitori stanno vivendo un cambiamento, e non di rado le tensioni in casa nascono proprio dall’incontro tra questi due movimenti.
Con i giovani adulti trovo prezioso anche guardare indietro, alla persona che eri da bambino o da bambina e alle risorse che avevi allora e che magari, crescendo, hai perso di vista. Spesso sono proprio quelle a suggerire una direzione per il presente.
In seduta il colloquio resta lo strumento principale: un dialogo in cui si parte da ciò che vivi oggi, tra lezioni, lavoro, amicizie e affetti, per poi collegarlo, quando serve, alla tua storia. Il presente e il passato si illuminano a vicenda, e cose che sembravano senza senso iniziano a trovare un posto.
Quando è utile, integro il lavoro con strumenti specifici: l’EMDR per rielaborare esperienze traumatiche o molto stressanti, e la Mindful Eating quando la sofferenza passa attraverso il rapporto con il cibo. Se il nodo principale è la vita a due o il clima in famiglia, si può pensare anche a qualche incontro di coppia o con i familiari, ma solo se sei d’accordo.
Ogni percorso è diverso e gli obiettivi si definiscono con la persona, non a tavolino. Con i giovani adulti, però, il lavoro tocca spesso alcuni aspetti:
Il ritmo lo decidiamo insieme: all’inizio gli incontri sono di solito più ravvicinati, poi la frequenza può cambiare in base a come procede il lavoro e a ciò di cui hai bisogno.
Molte persone arrivano al primo appuntamento dopo averci pensato per mesi, rimandando la telefonata di settimana in settimana. È normale: chiedere aiuto per la prima volta mette in gioco pudore, dubbi e, a volte, il timore di “esagerare”. Il fatto stesso di essere arrivati fin lì dice già qualcosa di importante.
Per fissare l’incontro basta una telefonata, un’email o il modulo di contatto. Non devi preparare niente: puoi arrivare anche solo con un po’ di confusione e la voglia di vederci più chiaro.
Nel primo colloquio, che dura circa 50 minuti, mi racconterai che cosa ti ha spinto a cercare un aiuto e io ti farò qualche domanda sulla tua storia e sulla tua vita di oggi. Anche tu potrai chiedermi tutto quello che vuoi: come lavoro, con quale frequenza ci si vede, quanto costano le sedute. È un’occasione per conoscerci e capire se ci sono le condizioni per lavorare bene insieme.
Se decidiamo di proseguire, stabiliremo insieme gli obiettivi del percorso, quello che in psicoterapia si chiama contratto terapeutico: un punto di partenza condiviso, che potrà cambiare strada facendo, man mano che emergono temi nuovi.
Ricevo a Vercelli, in Via Pietro Micca 1, e a Borgo d’Ale, in Corso Libertà 36, dal lunedì al venerdì (9-19) e il sabato mattina (9-12).
Chiedere aiuto a vent’anni non vuol dire essere fragili: vuol dire prendersi sul serio. Se senti che è il momento, scrivimi o chiamami, e troveremo insieme il modo più adatto per cominciare.
Telefono: +39 339 128 6028 · Email: veronica.plano2@gmail.com · oppure usa il modulo di contatto qui accanto.